Gaetano Donizetti, Lucia di Lammermoor (12 gennaio 1973)

Trattasi di una registrazione dal vivo del 12 gennaio 1973. Il file, opportunamente pulito e rimasterizzato, conserva qualche rumore di fondo a volte non del tutto piacevole ma resta comunque un ottimo documento da ascoltare.

la locandina

Lord Enrico Ashton Renato Bruson
Miss Lucia Renata Scotto
Sir Edgardo di Ravenswood Umberto Grilli
Lord Arturo Buklaw Gianfranco Manganotti
Raimondo Bidebent Paolo Washington
Alisa Rina Pallini
Normanno Emilio Salvoldi

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Gianandrea Gavazzeni

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È noto che Donizetti ha composto, da solo, tante opere quante Rossini, Bellini e Verdi messi insieme. Questa sua proverbiale rapidità nel comporre, doveva procurargli, con una sorta di dileggiante anagramma, il soprannome di Dozzinetti. Certo, il più dissennato mestiere avrebbe prevalso, molte volte, sulla coscienza e la fantasia dell’artista, e la fretta, spesso, sulla sua sconfinata, solidissima esperienza.

Pure, nonostante questo infernale girone dantesco compositivo, egli fu capace di imprimere al suo itinerario artistico, un severo divenire ascensionale, sempre negatogli anche dai suoi più autorevoli studiosi; e di creare, all’interno di siffatto, tellurico ritmo, autentici miracoli di poesia. Esempio, non certo unico, ma incomparabile, di questo misterioso processo creativo, il suo capolavoro tragico, una delle più alte espressioni di struggente, eppure elegiaca, follia amorosa che l’intera storia del teatro musicale abbia mai conosciuto: Lucia di Lammermoor.

Donizetti aveva firmato il contratto con il Teatro San Carlo di Napoli, nel marzo del 1835. Tuttavia, ancora il 3 maggio, inviava una lettera a Giovanni Ricordi nella quale affermava: "lo non so per anco cosa scriverò. Manchiamo di poeti e li vonno di cartello, e intanto nessuno nasce". Il 18 maggio il nodo è sciolto. A Luigi Spadaro scrive: "Il mio poema per il S. Carlo ... sarà la Sposa di Lammermoor di Walter Scott ... ".

Ma l’impresa tardava a decidersi e Donizetti, infastidito e preoccupato, il 29 maggio scriveva: “... Compiacetevi di autorizzare il Poeta Sig. Cammarano (Salvatore, 1801-1852 ndr.) ad occuparsi senza ritardo di Lucia di Lammermoor già presentato e approvato". Erano quindi scelti il soggetto, il titolo dehnitivo e Il librettista.

Esattamente 38 giorni dopo aver spedita questa lettera, Donizetti scriveva all’amico Cobianchi: " ... Ora andrà al San Carlo il Danao opera vecchia di Persiani (Giuseppe, 1799-1869 ndr.) poi la mia Lucia di Lammermoor che è già finita". Per la precisione il 6 luglio 1835, come risulta dalla data apposta da Donizetti sull’ultimo foglio della partitura, e come si può leggere sulla splendida riproduzione in fac-simile pubblicata nel 1941.

Lucia di Lammermoor andò in scena al Teatro San Carlo di Napoli il 26 settembre del 1835. Tre giorni dopo, Donizetti scriveva a Giovanni Ricordi: " ... Lucia d Lammermoor andò e permetti pure che amichevolmente mi vergogni e ti dica la verità. Ha piaciuto, e piaciuto assai se deggio creder agli applausi ed a’ complimenti ricevuti. Per molte volte fui chiamato fuori e ben molte anche i cantanti... Ogni pezzo fu ascoltato con religioso silenzio e da spontanei evviva festeggiato.”

Al Teatro La Fenice Lucia di Lammermoor giunse il 26 dicembre dell’anno seguente. Con Venezia e i suoi molti Teatri, Donizetti aveva avuto un rapporto intenso ma irregolare.

Sei le novità assolute, fra minori e importanti, rappresentate nella città lagunare. Le seguenti quattro in altri Teatro: Enrico di Borgogna (1818), Una follia (1818), Pietro il grande (1819), Pia de’ Tolomei (1837). Alla Fenice, Belisario (1836), Maria di Rudenz (1838). Inoltre, le rappresentazioni di Lucia di Lammermoor erano state precedute da quelle di Anna Bolena (1831) altra, grandissima opera tragica, con un libretto (Felice Romani, 1788-1865) e una Scena (il duetto fra le due ’rivali’) che rappresentano il culmine del più drammatico, aggressivo realismo di tutto l’Ottocento; Elisir d’amore (1833), Fausta (1833), Parisina (1834).

Dai dati storici, o meglio cronologici, agli aspetti musicali della complessa partitura, con i suoi numerosi problemi filologici, e quelli, non meno difficili, della edizione integrale. Ignoro, ma ne dubito, se a Napoli l’opera sia stata eseguita integralmente, e non so se esistono i documenti necessari per accertarlo. E sicuro che, molto presto, l’opera cominciò a subire i primi, e poi sempre più numerosi, tagli. Ed è certo che, almeno negli ultimi 50 anni, tranne una volta a Bergamo in una lontana rappresentazione con Renata Scotto e Gianandrea Gavazzeni, Lucia di Lammermoor non è più stata rappresentata integralmente. Ed è certissimo che la scena della pazzia non è mai stata eseguita in Teatro nella versione originale. E cioè con l’intervento, in alcuni passi, della glassarmonica (l’armonica ad acqua) in luogo del flauto. Soluzione di un fascino indescrivibile. (Per questo strumento, inventato da Benjamin Franklin, l’autore del parafulmini, scrissero Mozart, Beethoven, Richard Strauss). A Napoli, l’impossibilità di trovare uno “strumentista” costrinse Donizetti a sostituirlo con il flauto. Avendo poi incontrato le stesse difficoltà in altri Teatri, decise di rinunciarvi. E fu un peccato. Perché quel suono emesso dall’armonica ad acqua, di un biancore spettrale, che sembrava pervenire da lontananze lunari, aggiungeva alla Scena della pazzia un fascino sconosciuto. Quanto ai tagli veri e propri, essi hanno avuto una conseguenza negativa più sul piano drammaturgico che su quello musicale. Semplice sarebbe elencare le pagine o le scene che, normalmente, non vengono eseguite, ma non servirebbe a nulla. Se non a sperare che una volta, un Teatro si decidesse a rappresentare la Lucia nella sua veste integrale.

I giudizi su Lucia di Lammermoor. Può riuscire interessante scorrere la succinta ma coltissima antologia che Andrea Della Corte (1883-1968) pubblicò nel numero 1 della Rivista Melodramma (1.II.1954) dedicato alla storica edizione scaligera con Herbert von Karajan (1908-1989) e Maria Callas (1923-1977). Eccone qualche frammento: Léon Escudier (Mes souvenir, 1863): "Lucia è uscita dal cuore". Giovanni Bovio (Musica popolare, 1884): “...il cantore di Lucia che faceva risuonare la nota dai greci chiamata iperserenia e da lui (Bovio) ultrapartenopea". Ildebrando Pizzetti (La musica italiana dell’Ottocento, 1946): " ... musica di un patetico accorato, e pur aereo e immateriale da far pensare al Foscolo del sonetto in morte del fratello". Gianandrea Gavazzeni (Diario, 1937): "La Lucia è opera in cui la musica sembra inoltrarsi ad analizzare oscuri moti dell’animo umano; vi risuonano, di quando in quando, appelli misteriosi. Visioni strane, inconsuete fendono per un attimo l’animo del compositore". Guglielmo BarbIan (L’opera di Donizetti nell’età romantica, 1948): "in Lucia il dramma non si esaurisce nella luce della protagonista: l’affresco vasto e possente abbonda di sfondi e di scorci corali, sui quali si riflette la luminosità delle figure di fianco, oppure gioca abilmente sulle prospettive di valevoli particolari".

Ma, forse, ancora una volta, sulla pazzia della protagonista, le annotazioni più originali e poetiche, le ha lasciate quel grande scrittore di cose musicali che è stato Alberto Savinio (1891-1952): "Che cos’è la pazzia? Rivolgiamo questa domanda ad alcuni uomini del mestiere: a Nietzsche, a van Gogh, a Schumann … Il solo che ci ha dato una risposta suadente è Gaetano Donizetti ... La risposta alla domanda: Che cos’è la pazzia? Donizetti non solo ce la dice, ma la suona e ce la canta nel terzo atto di Lucia di Lammermoor, cosiddetto della pazzia, che per noi è la dimostrazione più profonda e veritiera del raptus dementiale".

Infine, nella seguente immagine, a me pare di leggere la sintesi di tutte queste poeticissime riflessioni: "La pazzia di Lucia, questa pazzia garantita è il soffio più sottile, più leggero, più aereo che si possa dare, il più gelido pure. Un idillio a fili d’argento tra Lucia e un personaggio misterioso che lei sola vede, lei sola ascolta. Un gioco bianco in un bianco paradiso". (Scatola sonora, Giulio Einaudi Editore, 1977).

Forse in queste dolenti, così vere riflessioni è il segreto che ha fatto di Lucia di Lammermoor - come scrisse Guglielmo Barblan - il capolavoro che avrebbe sfidato i secoli.
Giuseppe Pugliese