Vincenzo Bellini, La sonnambula (7 aprile 1984)

Trattasi di una registrazione dal vivo del 7 aprile 1984. Il file, opportunamente pulito e rimasterizzato, conserva qualche rumore di fondo a volte non del tutto piacevole ma resta comunque un ottimo documento da ascoltare.

la locandina

Il Conte Rodolfo Giorgio Surjan
Teresa Laura Zannini
Amina June Anderson
Elvino Aldo Bertolo
Lisa Patrizia Dordi
Alessio Giovanni Antonini
Un notaio Walter Brighi

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Roberto Cecconi

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Delle dieci opere che formano il capitolo teatrale di Bellini, alle quali è legata, esclusivamente, la sua perenne grandezza, e che fecero di lui la voce lirica più alta e pura dell’intera storia del melodramma, due furono composte per il Teatro La Fenice, ma nessuna di esse appartiene al ristretto gruppo di quelle che determinarono la spaziale ascesa ad altezze mai raggiunte prima, dal
melos belliniano. Non I Capuleti e i Montecchi (11.2.1930), su libretto (il quarto) del grande Felice Romani) opera che pure contiene pagine altissime del più puro Bellini, non, soprattutto, Beatrice di Tenda (16.3.1833).

D’altronde, il breve, eppure così prodigiosamente intenso, itinerario artistico di Bellini - appena dieci anni - oggi appare chiaramente delineato, nelle sue componenti storicistiche, e nelle valutazioni critiche, sebbene con le inevitabili differenze (non direi contrapposizioni), dagli studiosi belliniani più autorevoli. Tutti, intanto, concordi nel riconoscere nelle seguenti tre opere: La Sonnambula (1831), Norma (1831), I Puritani (1835), la stellare triade, l’insuperato culmine poetico della drammaturgia belliniana. Ad essa si deve aggiungere Il Pirata (1827) la sola opera, a mio giudizio, che possa vantare il diritto, per le altissime qualità artistiche, di stare accanto alle tre citate, ed invece non apprezzata quanto merita, neppure da studiosi quali Friedrick Lippmann, e Guido Pannain.

All’interno di quella triade poi, si discute, da sempre, quale "punteggio" assegnare (e non sembri sacrilegio questa parola) alla Sonnambula, l’opera che spesso ha sollevato, ritengo ingiustamente, dubbi, reticenze, incertezze, dovute, in gran parte, non alla musica, bensì alla fragile inconsistenza della trama che il librettista, Felice Romani, aveva desunto da un lavoro del grande «cuciniere» Eugène Scribe (1791-1861), e precisamente La sonnambule ou l’arrivée d’un nouveau seigner (1827).

Guido Pannain aveva sottolineato, fra i primi, il forte, stridente contrasto, fra la inconsistenza delle figure librettistiche, e la lunare, slderea bellezza del musicale Idillio leopardiano.

«Il primo capolavoro di Bellini - egli scrisse- è La Sonnambula ... partitura fra le più nitide e sicure del suo autore». Subito dopo aggiunge: «L’argomento della Sonnambula è fragile, d’una inconsistenza che rasenta la puerilità. Amina è una buona creatura ma sciocchina, Elvino è più sciocco di lei, il Conte sfiora il ridicolo. La musica dà loro un’anima e ne fa creature vive. L’ingenuo fatterello dilegua in una vaporosa dissolvenza e le figure reali, nella loro insignificante crudezza, si disperdono per cedere il posto a personificazioni di pura umanità. La musica le assorbe in una nuova configurazione, annulla le apparenze di una rozza rappresentazione e suscita stati d’animo ineffabili».

È, come si vede, l’eterno codice teatrale che regola la vita del melodramma, ne guida, dall’interno, lo svolgimento, e consente l’influito ripetersi di quel misterioso processo compositivo, in virtù del quale la musica attira a sè, lo assorbe e annulla il soggetto più fragile, i fantasmi scenici più sciocchi, e li trasfigura in termini di poesia.

Non sempre, e non intensamente, come conferma anche la partitura della Sonnambula. È forse proprio in questo non unitario percorso, stilistico ed espressivo dell’opera, sono da individuare le ragioni che hanno impedito, finora, di collocare, sullo stesso piano di valori, in assoluta parità, La Sonnambula accanto alla Norma e ai Puritani, pur essendo essa ricchissima di "gioielli", fra i più preziosi di Bellini.

Questo squilibrio, questa irregolarità, si avvertono fin dall’inizio dell’opera. Ecco dopo l’arcadico Coro della Introduzione, "Viva Amina", seguìto dalla semplice Cavatina di Lina, affiorare, quasi all’improvviso, dalle trasparenti profondità del melos belliniano, la Cavatina della protagonista, "Come per me sereno", un Cantabile sostenuto assai, nella sua purissima linea musicale, adornato dai numerosi abbellimenti e virtuosismi belcantistici. La Cavatina è preceduta da un casto recitativo ("Care compagne") nel quale Bellini offre subito il superbo esempio della sua perfetta, insuperata prosodia. Non è che l’inizio di quanto accadrà in questa prima, splendida parte dell’atto. Vertiginoso culmine belliniano, il duetto di Elvino e Antina, "Prendi l’anel ti dono". Una magia, un incanto che, dopo la accurata ma tradizionale Cavatina del Conte Rodolfo, "Vi ravviso o luoghi ameni", riemergono, per sallre ad altezze vertiginose, con il secondo duetto di Amina ed Elvino, "San geloso del zeffiro errante". Qui il musicale Idillio, conosce una alata intensità, una purezza che ritroveremo soltanto nel Finale dell’opera.

Il II atto ha sempre ’avuto valutazioni diverse, e persino contrastanti. E tuttavia, quella che René Leibowitz ha definito "l’alta espressione elegiaca" di Bellini, conoscerà una delle sue più compiute realizzazioni, negli ultimi due numeri della Sonnambula. E fu proprio il grande storico e musicologo francese (1913-1972) a non esitare, di mettere, accanto alla greca tragicità del personaggio di Norma, quello liricissimo, idilliaco di Amina, nel seguenti termini: «Osserviamo che nelle opere di Bellini le parti dei personaggi sono scritte con mano maestra e presentano pagine di rara bellezza musicale. La spontaneità dei sentimenti che caratterizza i personaggi, l’intensità emotiva di certe situazioni drammatiche scaturite dai loro conflitti, sono qualità comuni a tutte le opere di Bellini, e se Norma resta senza dubbio il suo capolavoro, pochi personaggi si possono considerare più "riusciti" di quello di Amina, la povera orfanella della Sonnambula».

Sappiamo che la perfezione di questo personaggio e la sovrana, ultima conclusione di tutta l’opera, si trovano racchiusi nella Scena e Aria Finale, che esigerebbe una analisi musicale: fin dalle prime parole del Recitativo della protagonista, "Oh! ... se una volta sola rivederlo potessi". Uno svolgimento, una estensione prodigiose che già nelle prime 19 misure conoscono una profondità assolutamente belliniana. ll recitativo prosegue, senza soste, seIlza il minimo cedimento, sino a quando sembra spegnersi, anzi morire, nell’ultima frase, "Ancor ti bacio, ancor ti nbacio .. ma .. inaridito sei". Ed invece, proprio dallo stanco ripiegarsi su stesso di quello che non possiamo più chiamare un semplice recitativo ma un Arioso, colmo di musica (come accade in Mozart) si leva, nudo, solitario, attonito, nella sua paurosa semplicità, uno dei canti più grandi di tutto il teatro di Bellini: "Ah! non credea mirarti". Qui, in particolare, l’autore riscatta il suo Idillio amoroso, da tutte le ingenue fragilità, da tutti gli arcadismi villerecci, dalle poche pagine magistralmente artigianali, per salire ai vertici della sua fantasia, e riporre, quindi, La Sonnambula, di diritto, nella sua superba, insuperata trilogia.

Forse oggi La Sonnambula non gode più della popolarità dalla quale fu avvolta nell’Ottocento. Ma questo è un aspetto che non riguarda soltanto La Sonnambula. Esso investe anche gli altri due capolavori di Bellini, Norma e I Puritani oltre ad altri suoi importanti titoli. In breve, si tratta di una differenza, di cui ho scritto altre volte, fra la grande diffusione, non soltanto all’estero, ma anche nei nostri Teatri delle opere degli altri tre Evangelisti del nostro melodramma - Rossini, Donizetti, Verdi - e quella, tanto più limitata delle opere del Cigno di Catania.

Un esempio straordinario poi della diversità dei gusti, delle abitudini teatrali, di oggi con quelli dell’Ottocento, riguarda proprio Bellini e La Sonnambula. Si pensi che lo stesso anno, a distanza ravvicinata, l’opera ebbe a Venezia, tre edizioni. Una, la prima, al Teatro La Fenice (2.2.1857); la seconda, ancora in febbraio al Teatro Apollo (oggi Goldoni), la terza, nell’agosto, al Teatro Gallo di San Benedetto. Come si vede sono differenze abissali, comunque incolmabilli. I confronti sono impossibili, né sarebbe giusto farli. L’edizione di Sonnambula qui presentata è del 1984, alla quale fece seguito una ripresa, per ora, l’ultima nel 1988.

Giuseppe Pugliese