Mauro Masiero: ACHTUNG BRUCKNER! (Istruzioni per l’uso)

Come affrontare l’ascolto di un tale macigno musicale come quella figura controversa di compositore che fu Anton Bruckner? La psiche difficile e sfaccettata di un uomo piccolo con un’enormità di musica dentro di sé ha prodotto, sul finire dell’Ottocento, nove sinfonie ipertrofiche, gonfie, ostiche, all’apparenza impenetrabili e – secondo la vulgata – indegne d’essere augurate al proprio peggior nemico. Ma sarà davvero così? Tentiamo sfondare questo muro sonoro apparentemente invalicabile servendoci di uno dei suoi capolavori sinfonici: la Settima Sinfonia.

Anton Bruckner. Chi…?!

Anton Bruckner, austriaco. Come Haydn, come Mozart, come Schubert; viennese d’adozione come i Tre appena nominati, seguiti da Beethoven e Brahms, Mahler, Schönberg… fermiamoci.
Nato nel 1824, non si avvicina che in età avanzata allo studio sistematico della musica. Conduce un’esistenza umile, dimessa, così come sarà il suo carattere: introverso, impacciato, ingenuo, fatica ad affrontare il mondo, a trovare il suo posto nella società. Incline alle infatuazioni, non riesce a prender moglie; riversa tutto se stesso nella musica. Organista eccellente, acclamato a livello internazionale, ha un repertorio limitato ma è dotato di una sbalorditiva abilità d’improvvisazione. La sua attività di organista è lo specchio in piccolo della sua attività di compositore: uomo decisamente poco colto, di scarsissime letture, è un vero genio naïf in senso schilleriano, l’artista che crea secondo quel che sente, condotto da un genio istintivo, ora ludico, ora introspettivo, autentico, non costruito. Impressionante la linea di continuità con Schubert: allievo a Vienna di Simon Sechter, cui Schubert si rivolse l’anno prima di morire per prendere lezioni di contrappunto e con Schubert i parallelismi sarebbero molti. L’Austria ispira anche a Bruckner un genuino gusto al gioco e al godimento della musica: vero Hans Wurst, uomo comune, borghese piccolo piccolo, Anton Bruckner trova un’idea e la rimastica in continuazione, la ritorce, ci gioca e la sviscera, esplorandone, nei casi migliori, ogni sfaccettatura, come avverrà nella Settima.

Bruckner tra sinfonismo e culto wagneriano

Wagner e Bruckner

Stando alle letture convenzionali sugli ultimi decenni dell’Ottocento, il mondo della sinfonia, della Forma, dell’ultima, estrema classicità incarnata da Johannes Brahms collide in maniera totale con la rivoluzione armonica e drammatica di Richard Wagner, due poli a carica identica che si respingono senza possibilità alcuna di avvicinamento.
Bruckner è la prova evidente di quando una simile lettura sia parziale e fallace: Brahms e Wagner, i cui universi vennero stigmatizzati e la cui contrapposizione venne fomentata e data in pasto all’ascoltatore della domenica desideroso di fazioni, sono presi ad alfieri di due modi molto diversi di concepire la musica, ma certo non inconciliabili. Nella musica di Bruckner tali posizioni giungono, se non a una sintesi, a una reale convivenza: nell’alveo della Forma Sonata incarnata idealmente da Brahms  Bruckner riesce – reinterpretandola in maniera del tutto personale – ad esprimersi servendosi del linguaggio armonicamente divagante, evocativo e immaginifico di Richard Wagner. Le sue sono sinfonie, quindi musica pura, priva di testo e, nella maggior parte dei casi, priva di programma, ma ricche di evocazioni ed immagini. Siamo nell’epoca dei grandi romanzi e, come l’introspezione e l’indagine psicologica entrano prepotentemente nella Letteratu
ra, ecco che penetrano anche nella musica – che ne è già un mezzo privilegiato – a mettere in luce le malattie, le paure, gli spettri, le manie di una personalità problematica come quella di Bruckner. Questo porta a una smisurata dilatazione formale, un’elefantiasi a malapena controllata che lo porta a scrivere sinfonie della durata di oltre un’ora, con sviluppi che vanno a toccare le corde più profonde dell’animo, non necessariamente attenendosi a una logica consequenzialità armonica. Ecco il flusso di coscienza musicale, la divagazione emotiva ed emozionale.

Questione di stile

Due parole sulla scrittura bruckneriana. Il luogo comune prevede l’incasellamento della figura di Bruckner nella figura dell’organista votato alla scrittura orchestrale. Si tratta dell’ennesimo luogo comune appioppato alla figura del compositore da certa pigra e inerte pubblicistica storico-musicale, che contiene tuttavia la sua parte di fondatezza: spesso Bruckner procede a blocchi, a grandi masse sonore che ricordano la divisione delle tastiere di un grande organo, la pasta sonora dei registri, il severo contrappunto barocco che ha nella letteratura organistica la sua manifestazione più profonda. Ma Bruckner sa anche servirsi degli idiomi dei diversi strumenti dell’orchestra, cosa che nella Settima Sinfonia noteremo in maniera evidente.
Tipicamente bruckneriano è un altro tipo di procedimento “a terrazze”, che nulla ha a che vedere con l’organo, ossia la composizione per blocchi di 2, 4, 8 battute, regolari e, talvolta, stagni, come si potrà notare nel Finale della Settima.
Spesso, inoltre, Bruckner tende a accumulare tensione armonica ed emotiva, portarla all’esasperazione, far sperare all’ascoltatore un’esplosione e un momento grandioso, per poi puntualmente deluderlo e concludere nel nulla, su una pausa, su una sospensione o su un tema del tutto estraneo e inaspettato. Bernard Holland parlando di questa caratteristica dello stile bruckneriano, parla con assoluta pertinenza di coito interrotto.

Perché Bruckner?

Potrebbe funzionare anche con Bruckner.

Che cosa ci può dire la musica di Anton Bruckner, nel 2016? Nulla di più lontano da quanto siamo abituati a sentire e ad ascoltare. Distanza siderale, manco a dirlo, dal mondo del pop (con l’eccezione forse degli Scherzi!), ma distanza altrettanto astrale dalla forma contenuta e immediatamente piacevole di altra musica colta, dal Barocco al Classicismo.
Che ce ne facciamo di Anton Bruckner?
Prendiamoci un’ora di silenzio. Se ci sediamo a teatro o sprofondiamo in poltrona o ci stendiamo sul letto disconnessi dal mondo per 50, 60 minuti, ad ascoltare una sinfonia di Bruckner, possiamo vivere la rara esperienza di un viaggio interiore, in cui seguire trame melodiche che possono portarci lontano.
L’ascolto, quand’è consapevole e attivo, è atto di libertà: nell’enormità del paesaggio sonoro bruckneriano, possiamo scorgere l’immensità dell’oceano così come l’imponenza della montagna, il deserto a perdita d’occhio o l’eterno ghiaccio artico, senza contraddizione alcuna, senza preoccuparci di avere torto o ragione, senza dover rispondere a questa o a quella lettura.
Dev’essere un senso di libertà simile a quello che provava Anton Bruckner impacciato e sempliciotto, bonario e un po’ bigotto quando, nel silenzio raccolto del suo studio, si trovava di fronte al grande foglio pentagrammato e poteva, con pochi tratti di matita, scatenare sonorità possenti, movimenti convulsi, attimi di intensità e lirismo, frenesia dionisiaca, pace immobile e serena.


Contenuti, voce, regia: Mauro Masiero, per RCF Classica

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