Mauro Masiero: Dvořák e lo strumento parlante

Antonín Dvořák Concerto per Violoncello e Orchestra n. 2, Op. 104 (1894-’96)


All’infuori di un concerto giovanile non pervenutoci nella sua interezza, Dvořák non concesse altro al violoncello sino alla fine della sua carriera, con questo concerto in Si minore. Considerava infatti lo strumento poco adatto al ruolo di solista, con un bel timbro nel registro medio, ma acuti stridenti e bassi poco chiari.

Non ci è dato sapere in che misura si fosse ricreduto, ma rimane il fatto che con la sua op. 104 ha regalato alla letteratura per violoncello una delle pagine più celebri e intense, in cui lo strumento è portato a esprimere al massimo le sue enormi potenzialità timbriche, tecniche ed espressive.

Nel 1894 Dvořak si trova a New York come direttore del National Conservatory, ed è qui che scrive il concerto. L’anno successivo farà ritorno a Praga e lo rimaneggerà, ottenendo la prima, travagliata esecuzione l’anno successivo (1896) a Londra, su uno dei 63 violoncelli Stradivari pervenutici.


Guida all’ascolto del concerto di Dvořák

Il Concerto per violoncello di Dvořak si apre con un’energica cellula tematica che ritroveremo nel corso di tutto il primo movimento e anche in chiusura del terzo; ricorda da vicino certi profili melodici nel primo movimento della Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” ed è caratterizzata, ritmicamente, da due note brevi tra da due note più lunghe. Mentre queste ultime sono sempre uguali, le note brevi centrali sono alternatamente ascendenti e discendenti, in guisa di domanda e risposta. Questo elemento viene presentato nell’immediato inizio dai clarinetti, quindi dai violini primi e dalle viole e segnerà anche l’esordio del violoncello solo. Questo non entra subito, ma dopo un’ampia presentazione orchestrale del materiale musicale. Il concerto è per violoncello, ma esso non è il protagonista assoluto, com’era prassi nel concerto romantico: il solista è perfettamente integrato nell’orchestra, dialoga con l’intera compagine, ma anche con sezioni e con singoli strumenti. Dvořák ci consegna un lavoro di altissima maestria strumentale, in cui l’orchestra non è mai mero accompagnamento, ma sempre portatrice di significato musicale, supporto e dialogo alla pari con il solista.

Dopo un’elaborazione grandiosa (così in partitura) del primo tema a piena orchestra, questo scivola delicatamente – dopo una breve transizione in cui i suoi echi continuano a risuonare – in un secondo tema lirico ed espressivo introdotto dal suono lontano del corno accompagnato da una filigrana delicatissima degli archi. L’incanto non dura molto: l’orchestra torna ad animarsi con un’idea giocosa e movimentata che, diminuendo al pianissimo, prepara l’ingresso del solista, che entra risoluto (così in partitura) con l’affermazione del primo tema nella tonalità d’impianto. Dopo un’elaborazione ricchissima di variazioni e giochi ritmici, anche il violoncello langue sul secondo tema, scritto appositamente per esaltarne l’estensione baritonale, capace di un perfetto legato e di un’espressività di voce umana potendo vibrare le note tenute.
A momenti di ampio lirismo e di intensa cantabilità si susseguono passaggi di convulsa agitazione, gioco scatenato e virtuosismo trascendentale, nei quali Dvořak richiede al solista di portare il suo strumento ai limiti della tecnica, suonando passaggi complessi su note doppie, scale cromatiche, rapidissimi arpeggi staccato, accordi, passaggi di ottave e altro ancora, in cui il violoncello sa tener testa ora a una fanfara di trombe e fiati, ora all’intero ensemble degli archi, ora all’oboe tenue e acuto, ora ai timpani, ora a tutta l’orchestra.

Il secondo movimento è un costante e raffinato dialogo del solista con gli altri strumenti, in particolar modo i fiati. La prima melodia ricorda quella del primo Lied op. 82, dedicato al suo amore impossibile: la cognata Josefina Cermàkovà, che era da poco scomparsa. All’intenso struggimento della prima sezione, Dvořak contrappone una tormentosa seconda parte, in cui il violoncello spiega un ampio canto di nobile contrizione.

Una oscura marcia dei corni accompagnati dagli archi gravi introduce il terzo movimento, in cui presto entra il solista con un tema che dà un’ulteriore prova della felicissima, apparentemente inestinguibile vena melodica di Dvořák, che può attingere dal folklore americano come da quello boemo, fondendo il tutto in passaggi indimenticabili. Grande varietà di momenti e idee musicali, coniugate alla padronanza assoluta del materiale musicale e dei mezzi tecnici di un compositore all’apice della sua maturità artistica. Nella parte centrale Dvořák cita uno dei brani preferiti dall’amata cognata, in un momento in cui il gioco cede il passo – per un frangente – alla malinconia della memoria. Il concerto per violoncello si chiude, ciclicamente, con il tema dell’incipit del primo movimento, apparentemente spegnendosi, per poi riaversi in un crescendo che conduce a una vertiginosa ascesa finale.


Contenuti, voce, regia: Mauro Masiero, per RCF Classica

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